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situazione dei ghiacci
| Il
ghiaccio marino artico riflette la luce del sole, mantenendo
le regioni polari piu' fredde e moderatrice del clima globale.
Secondo le odierne misurazioni scientifiche, il ghiaccio
marino artico è drasticamente diminuito almeno
negli ultimi trent'anni, con un calo più estremo in
estate. http://nsidc.org/arcticseaicenews/
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Il ghiaccio marino con
dati aggiornati ogni giorno. linea grigia indica la misura del
ghiaccio dal 1979 al 2.000 . Fare clic sull' immagine ad alta
risoluzione.
Fonte |
7 Dicembre del 2009 Nel
mese di novembre il tasso di crescita medio del ghiaccio artico del
mare risulta leggermente superiore al tasso della
crescita medio per il mese rispetto all'andamento
1979-2000. Tuttavia, alla fine del mese, alcune regioni, in
particolare il Mare di Barents e la Baia di Hudson, avevano ancora
una copertura del ghiaccio molto piu' ridotta del normale
Codizioni del Ghiaccio
Marino
La misura media del ghiaccio
marino del novembre 2009 è stata 10,26 milioni km quadrati
(3,96 milioni di miglia quadrate). Questa misura è stata di 1,05
milioni di chilometri quadrati (405000 miglia quadrate) inferiore
alla media 1979-2000 per novembre, ma 420000 chilometri quadrati
(160.000 miglia quadrate) al di sopra del record minimo per il mese,
che si è verificato nel novembre 2006. In generale, il bordo del
ghiaccio è ora o poco oltre la sua posizione media, con due
importanti eccezioni: la Baia di Hudson e il Mare di Barents.
Condizioni di contesto
Da novembre, gran parte della
regione artica è in completa o quasi completa oscurità. La
temperatura dell'aria è un drastico calo, e il ghiaccio marino sta
crescendo rapidamente. Nel novembre 2009, è cresciuto in misura
pari, in media a 82000 km quadrati al giorno (32.000 chilometri
quadrati al giorno). Il tasso di aumento di espansione del ghiaccio
marino è stato più lento durante la prima metà di novembre, e'
molto più veloce durante la seconda metà.
La
Figura a destra mostra
mostra l'andamento della copertura del ghiaccio marino. La linea
solida linea blu indica il 2009 fino al 6 Dicembre; blu
scuro indica il 2006, tratteggiata verde indica il 2007; e solido
grigio indica misura media 1979-2000. La zona grigia intorno alla
linea di media mostra i due deviazione
standard serie di dati. Sea
Ice Index dati.
-Credit: National Snow and Ice Data Center
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Roma 07/07/2009 23:01
Clima; Allarme Wwf:Ghiacciaio delle Alpi
destinato a scomparire
Roma, 7 lug. (Apcom) -
Entro i prossimi 10 anni i
ghiacciai alpini rischiano di dimezzarsi e questo avrà effetti sulla
biodiversità, sul regime idrico dei fiumi e sulle attività economiche,
in primis il turismo. E' l'allarme lanciato dal wwf nel nuovo dossier
"Effetto clima per le Alpi" lanciato oggi, alla vigilia del G8,
inaugurando sulle cime delle Alpi Orobie, in Lombardia, una nuova stazione
di monitoraggio della flora alpina 'in fuga verso l'alto' nell'ambito del
progetto pluriennale Gloria (Global Observation Research Initiative in
Alpine environments, www.gloria.ac.at), il progetto internazionale più
ampio di ricerca scientifica sulla comprensione dei cambiamenti globali
negli ecosistemi alpini di tutto il mondo, dalle Alpi alle Ande e all'Himalaya,
attiva dal 2000 con ben 178 siti.
Tra il 1850 e il 1980 i
ghiacciai nelle Alpi hanno perso circa un terzo della loro superficie e
metà della loro massa. E dal 1980 si è sciolto un ulteriore
20-30%.
Mentre l'estate estrema del
2003 è costata ai ghiacciai alpini un altro 10%. Alle quote inferiori i
ghiacciai sembrano destinati a scomparire e si ritiene probabile che entro
il 2035 la metà e per il 2050 i tre quarti di tutti i ghiacciai delle
Alpi svizzere (Alpi interne) non esisteranno più.
Questo risultato è
prevedibile anche in assenza di un ulteriore aumento della temperatura.
Rendono bene l'idea di quanto sta accadendo alcuni dati specifici ed
estremi, come quelli dei grandi ghiacciai svizzeri, che risultano avere
perso oltre il 25% della loro superficie dalla fine dell'ultimo periodo
glaciale.
A sud delle Alpi le estinzioni
di corpi glaciali si contano a decine all'anno (15 in media nella sola
Lombardia), mentre alcuni grandi ghiacciai hanno perso il 45% della loro
massa di ghiaccio. Il trend di riduzione annua dello spessore del ghiaccio
sulle Alpi è quadruplicato passando dal periodo 1850- 1970 ai giorni
nostri.
Un parametro molto studiato è
la nevosità media, ovunque diminuita, in misura diversa nelle diverse
sottoregioni, ma con punte locali di diminuzione del 30-40% negli ultimi
20 anni e una media di oltre il 18%. La situazione peggiore si è
registrata nelle Alpi occidentali e in Veneto-Friuli. Rare annate di
nevicate eccezionali, come gli inverni 2000-2001 e 2008-2009, confondono
la percezione del fenomeno nelle persone e contribuiscono a una
comprensione inesatta della situazione.
E per i prossimi decenni ci
dobbiamo attendere un vero e proprio un cambiamento drastico del regime
idrico dei fiumi alpini, con conseguenze significative sui settori
agricolo ed energetico, oltre che sulla biodiversità.
Tra gli effetti evidenti
ci saranno anche quelli sul turismo, soprattutto quello sciistico e
invernale. Saranno più probabili e frequenti le alluvioni considerando
anche l'effetto combinato della cementificazione delle sponde e la
pressione antropica portata avanti con fondi destinati alla messa in
sicurezza.
Si verificherà anche una
crescente riduzione idrica anche per l'uso insostenibile della risorsa
acqua lungo tutta l'asta fluviale. La diminuzione delle nevicate influenza
l'apporto ai bacini alpini ma ciò che renderà questa risorsa sempre più
rara è l'uso insostenibile. Solo per il bacino del Po il prelievo in
concessione è di circa 1850 metri cubi al secondo, a fronte di una
portata media annua di soli 1470 metri cubi.
Bisogna attendersi nell'arco
di pochi decenni una drastica diminuzione di disponibilità d'acqua per la
scomparsa dei ghiacci. Solo a breve termine si avrà l'aumento di
ampiezza, livello e potata dei laghi glaciali e prealpini in seguito alla
fusione, un repentino, e purtroppo, effimero effetto che influenzerà le
economie lungo le sponde di laghi e diminuirà la qualità dell'acqua
disponibile per effetto del dilavamento di zone altamente antropizzate.
Si ipotizza anche una crisi
energetica:il mercato sta investendo molto ora sull'idroelettrico ma è
previsto un calo della produzione di questo tipo di energia di almeno il
30% nei prossimi 100 anni a causa della riduzione della portata
d'acqua.
Secondo il rapporto, gli
effetti del Global Warming, accanto a quelli direttamente imputabili alla
progressiva antropizzazione, fanno prevedere per l'Italia un tasso di
estinzione relativo agli ecosistemi acquatici del 60-80% per i prossimi
decenni.
Sulla terraferma gli animali
più colpiti sono lo stambecco - simbolo della montagna - e la pernice
bianca. Il primo sta subendo una riduzione delle nascite pare per una
mancata sincronizzazione tra lo sviluppo e fioritura di alcune specie
alpine e lo svezzamento dei piccoli. La Pernice è invece strettamente
legata alla diminuzione dell'innevamento e dell'habitat idoneo.
La sua strategia mimetica - il
colore bianco che assume nel periodo invernale - prevede la presenza di
neve. Sarebbe importante chiudere la caccia a questa specie simbolo delle
Alpi lasciando il tempo di adattarsi.
Gli effetti del Global Warming
più chiari si notano sulle specie botaniche, in particolare sui versanti
esposti a sud delle Prealpi, nei quali si assiste ad un rapido
innalzamento della quota media di presenza di alcune essenze, fino a
documentare delle estinzioni locali: il 60% della flora che si trova a
quote più basse della catena alpina è destinato a scomparire. Infatti un
aumento della temperatura in aree montuose si traduce in una "forza
trainante", che innesca flussi migratori di specie verso quote più
elevate: 56 specie sono già migrate a quote più alte da 10 a 430 metri
tra cui la farfara e la genziana della Baviera, 25 sono le specie
"nuove" trovate dai ricercatori, 15 quelle di cui si sospetta la
scomparsa, a fronte di un aumento medio della temperatura nella zona di
1,2 gradi.
Fonte:
Apcom
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MA
QUALE ESPANSIONE DEI GHIACCI POLARI !
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| SABATO
18 APRILE 2009 |
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Rimango strabiliato,
da quello che scrive un
noto giornale meteo internet , il
quale asserisce che gli
Ambientalisti nascondono la buona salute dei ghiacciai del continente
Antartico.
Oppure intendevano continente
Artico?
O per non sbagliare : dei
ghiacci Polari?
Ma quale buona
salute?
Se consideriamo
i ghiacci intorno al Polo Nord (Artico) si conferma
la tendenza ad una riduzione non certo ad una
espansione.
Un ‘ Analisi
dettagliata di Claudio della Volpe, evidenzia
che l’ estensione dei ghiacci polari annunciata sui giornali
e sui media nei primi di gennaio del 2009
e’ una notizia falsa , causata da un erronea interpretazione
di dati satellitari sull’estensione e spessore del ghiaccio.
Tutto
e’ nato dal fatto che nei primi giorni del 2009 , circolava la
notizia che i ghiacciai artici,
nel dicembre 2008 sarebbero tornati ai livelli di 30 anni prima
e la successiva conclusione più o meno implicita o espressa
e’ che il riscaldamento globale è una sciocchezza.
Claudio
Volpe scrive:
I
dati utilizzati sono quelli dal 1978 in poi.
Dati
sottoforma di mappe
satellitari di superfici e quindi di concentrazione del ghiaccio
riferita in ciascun pixel.
Non
si parla di misurazioni di volume ne di masse ghiacciate.
La
conclusione di Volpe e’ che i
dati originali raccolti con i due satelliti non possono essere usati
per analisi di lungo periodo a causa dello shift legato al cambio di
satellite.
Pertanto:
Paragoni
fra il dicembre 2008 e il dicembre 1979 non hanno dunque senso a meno
di effettuare un qualche tipo di correzione dei dati; se tale
correzione viene fatta non si presenta alcuna anomalia, nessuna
fermata della riduzione dell’area dei ghiacci marini ARTICI.
Altro
che espansione del ghiaccio !
(A.
Santagostini)
http://www.aspoitalia.it/attachments/227_ghiaccioagghiacciante.pdf
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Due di noi (Eric e Mike) sono co-autori di un
articolo che sta uscendo questa settimana (22 gennaio 2009) su Nature.
Sulla stampa non specializzata e in vari blogs sono già apparse
interpretazioni fuorvianti riguardo ai nostri risultati che vogliamo stroncare
sul nascere.
Il nostro studio indica che l’Antartide si è riscaldato durante gli
ultimi 50 anni e in particolar modo nella sua parte
occidentale (si veda la figura). I risultati si basano su una composizione
statistica di dati di temperatura registrati da satellite e da stazioni
meteorologiche. I risultati non dipendono solo dalle statistiche. Come
riportato nell’articolo, queste misure sono confermate da altri dati
indipendenti ottenuti da stazioni meteorologiche automatiche nonché dai nuovi
risultati degli studi di Bromwich, Monaghan e altri (si veda qui
il riassunto che hanno presentato all’AGU) il
cui precedente articolo su JGR è stato indicato in contraddizione con i
nostri dati. C’è inoltre un articolo che sta per uscire su Climate Dynamics
(Goosse
ed altri) che utilizza un modello
di circolazione generale, basato su dati integrati (ma non quelli
satellitari usati nel nostro studio), che fornisce i nostri stessi identici
risultati. Inoltre, l’idea che i nostri dati possano semplicemente riflettere
variazioni di temperatura nello strato di inversione vicino al suolo, può
essere scartata sulla base di altri dati completamente indipendenti che
mostrano come il significativo riscaldamento dell’Antartide Occidentale si
estenda decisamente nella troposfera. Infine, i nostri risultati sono già
stati confermati da una serie di temperature registrate all’interno della
calotta di ghiaccio (un metodo del tutto indipendente) in almeno una località
dell’Antartide Occidentale (Barret
et al. hanno registrato lo stesso incremento di temperatura che registriamo
noi, ma a partire dal 1930 anziché dal 1957; si veda in proposito il loro
articolo in uscita su GRL).
Alcune cose importanti che l’articolo non riporta:
1) I nostri risultati non contraddicono gli studi precedenti che indicano
come alcune
zone dell’Antartide si siano raffreddate. Perchè? Perchè quegli studi
erano basati su serie di dati più brevi (20-30 anni, non 50 anni) ed inoltre
il raffreddamento era limitato all’Antartide Orientale. Anche i nostri
risultati mostrano questo andamento, come appare chiaramente confrontando i
risultati ottenuti negli ultimi 50 anni (1957-2006; questo studio) con quelli
ottenuti nel periodo compreso tra il 1969 ed il 2000 (studi precedenti),
riportati nella figura sotto.
2) I nostri risultati non contraddicono necessariamente l’interpretazione,
ampiamente accettata, di un recente
raffreddamento dell’Antartide Orientale che era stata proposta da David
Thompson (Colorado State) e Susan Solomon (NOAA Aeronomy lab). In
un importante articolo pubblicato su Science, questi autori hanno
presentato evidenze che indicano che questo raffreddamento è legato ad un
incremento nell’intensità delle correnti occidentali circumpolari che può
essere ricondotto a variazioni nella stratosfera, in gran parte riconducibili
alla perdita di ozono tramite reazione fotochimica. Fino
agli ultimi anni ‘70 non si erano verificate sostanziali perdite di ozono
ed è solo in seguito che è cominciato un raffreddamento significativo
nell’Antartide Orientale.
3) Il nostro articolo non discute se il recente riscaldamento
dell’Antartide possa far parte di un andamento di lungo periodo. Le carote di
ghiaccio forniscono prove indipendenti che l’Antartide si sia riscaldato
lungo gran parte del ventesimo secolo, tuttavia nell’Antartide Occidentale il
tutto è complicato dalla forte influenza di eventi riconducibili al fenomeno
del Nino. Sui nostri lavori pubblicati fino ad oggi (Schneider
e Steig, PNAS) mostriamo che gli anni ’40 (specificatamente la decade
1935-1945) sono stati i più caldi del ventesimo secolo nell’Antartide
Occidentale, grazie ad un riscaldamento eccezionalmente vasto avvenuto in
quegli anni nella parte tropicale del Pacifico.
E allora cosa mostrano i nostri risultati? Essenzialmente che, in generale,
i cambiamenti climatici in Antartide durante l’ultima parte del ventesimo
secolo sono stati decisamente trascurati. È ben noto che la
Penisola Antartica si è riscaldata, probabilmente durante gli ultimi 100
anni (nel 1901 si cominciarono a registrare le temperature nella sub-Antartica
Isola delle Orcadi; questi dati mostrano un riscaldamento praticamente
continuo). Inoltre i nostri risultati indicano che l’Antartide Orientale si
è raffreddato durante gli anni ’80 e ’90 (anche se non ad una velocità
statisticamente significativa). Tuttavia l’Antartide Occidentale, cui nessuno
ha mai dedicato troppa attenzione (per quanto riguarda le variazioni di
temperatura), si è riscaldato rapidamente almeno durante gli ultimi 50 anni.
Per il momento si è solo cominciato a tentare di capire perchè
l’Antartide Occidentale si stia riscaldando. Nel nostro articolo sosteniamo
che questo sarebbe dovuto sostanzialmente ad un incremento dei flussi
atmosferici provenienti da nord (ovvero dalle latitudini più calde) di modo
che una maggior quantità di aria calda ha raggiunto l’Antartide Occidentale.
Nel linguaggio della climatologia statistica questo equivale a dire che il
cosiddetto “zonal wave 3 pattern” (nota: si tratta di una particolare
struttura di circolazione atmosferica) si è verificato più frequentemente (si
veda Raphael, GRL 2004). Ciò che accompagna questa variazione nella
circolazione atmosferica è la riduzione del ghiaccio marino nella regione
interessata (se in generale il ghiaccio marino dell’Antartide è mediamente
aumentato, si sono verificati probabilmente dei decrementi significativi al
largo delle coste dell’Antartide Occidentale durante gli ultimi 25 anni e
probabilmente anche più a lungo). Questo infatti è un processo che si
autoalimenta (meno ghiaccio marino, acqua più calda, aria ascendente,
pressione più bassa, più perturbazioni).
Naturalmente è ovvio chiedersi se queste variazioni nella circolazione
siano semplicemente legate ad una “variabilità naturale” o se siano
forzate dai cambiamenti delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera. Senza
dubbio molti studi affronteranno questo problema in seguito al nostro lavoro. Un
articolo recentemente apparso su Nature Geoscience di Gilet et al. ha
esaminato gli andamenti delle temperature in Antartide e nell’Artico ed ha
concluso che “le variazioni di temperatura in entrambe le regioni possono
essere attribuite all’azione umana”. Sfortunatamente i nostri risultati non
sono arrivati in tempo utile per poter essere utilizzati in quell’articolo.
Tuttavia crediamo che sia logico aggiornare quel lavoro includendo anche i
nostri risultati. Attendiamo dunque la realizzazione di questo nuovo studio.
Post Scriptum) È necessario commentare se e in quale modo i nostri
risultati possono influenzare le varie proiezioni modellistiche relative ai
cambiamenti climatici futuri. Come discusso nell’articolo, i modelli che
includono integralmente l’oceano e l’atmosfera tendono a non concordare
molto bene in Antartide. Questi mostrano tutti un generale riscaldamento ma
differiscono significativamente nella loro struttura spaziale. Come
efficacemente riassunto in un
articolo di Connolley e Bracegirdle su GRL, i modelli differiscono anche
nella distribuzione del ghiaccio marino e questo comportamento risulta
chiaramente legato alle diverse distribuzioni di temperatura. Queste differenze
non sono necessariamente dovute al fatto che ci sia qualcosa di sbagliato nella
fisica del modello (nonostante le descrizioni del ghiaccio marino variano
certamente in maniera notevole da modello a modello e certamente talune sono
migliori in certi modelli piuttosto che in altri) quanto piuttosto al fatto che
piccole differenze nei campi di vento tra i vari modelli causano grosse
differenze nelle distribuzioni spaziali del ghiaccio marino e della temperatura
dell’aria. Questo significa che un’accurata proiezione delle future
variazioni di temperatura in Antartide, ad una scala spaziale inferiore a
quella continentale, non può che essere basata sulla media e sulle variazioni
di diverse corse modellistiche, e /o sulle medie di molti modelli. Così
succede che la media dei 19 modelli in AR4 fornisce dei risultati simili ai
nostri, indicando un riscaldamento significativo dell’Antartide Occidentale
durante gli ultimi decenni (si veda la figura 1 del lavoro di Connolley e
Bracegirdl).
Traduzione di: Paolo Gabrielli
Revisione di: Simone Casadei
Pubblicato su Climalteranti il: 27/1/2009
CLIMA: la favoletta dei
ghiacciai che non si ritirano più
Pubblicato da Alessandro
Farruggia Mer, 07/01/2009 - 01:14
E' pieno inverno, tempo di neve. Un
inverno rigido, almeno rispetto ai precedenti. E contando su questo,
giocando sulla confusione tra clima e situazione meteo i negazionisti del
cambiamento climatico tentano di spacciare lucciole per lanterne. Ad
esempio, affermando addirittura che "i ghiacciai non si ritirano più"
contrabbandando come prova una supposta valutazione del centro di
ricerche sul clima artico dell'università dell'Illinois nella quale, si
dice, sarebbe affermato che si sono ricostituiti in breve tempo, tornando ai
livelli del 1979, gran parte dei ghiacciai perduti.
Ma guarda un pò. Se fosse così sarebbe
una notizia clamorosa.
Peccato che la supposta
affermazione del Centro di ricerche sul clima artico di detta università si
riferisca.... non ai ghiacciai ma alla superficie dell'oceano artico coperta
da ghiacci. OPS!
Lucciole per lanterne, perchè una cosa
sono i ghiacciai, che stanno sulle aree emerse. E una cosa è il ghiaccio
marino o lacustre (che ogni anno a partire dalla primavera si scioglie un pò
_ un bel pò di più negli ultimi 30 anni _ e poi in autunno si
riforma).
E la notizia _ che per
essere precisi è relativa all'inusualmente rapido tasso di ricongelamento
autunnale del mare artico _ è pure vecchia. Come
indicano i dati dell'università del Colorado
http://nsidc.org/data/seaice_index/n_plot_daily.html
a partire da metà dicembre il
tasso di congelamento, che per qualche mese è stato più rapido, e' tornato
a una velocità simile a quella dell'anno precedente (le curve si sono
ricongiunte e sono ora quasi identiche) e comunque la copertura di ghiaccio
dell'oceano artico resta di almeno 900 milioni di metri quadri al di sotto
delle medie 1979-2000.
Va detto che il 2007 è l'anno nel quale la
riduzione ha toccato livelli record, e il 2008 si piazza subito dopo. Cioè:
gli ultimi due anni sono il primo e il secondo nella classifica di
scioglimento estivo dei ghiacci artici.
Dove sarebbe una inversione di
tendenza relativamente alla criosfera, non si capisce.
Che la riduzione della copertura di ghiacci
dell'oceando artico _ specie estiva, ma non solo _sia da oltre 50 anni un
fatto, nessuno scienziato serio ha dubbi. Come dimostra questa serie
storica...
http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/seasonal.extent.1900-2007.jpg
ed è facilmente osservabile anche da un
profano. Come mostra questo video..
http://nsidc.org/data/virtual_globes/images/seaice_2008_climatology_lr.mov
E' più che abbastanza.
Quanto ai ghiacciai...secondo il
World glaciers monitoring center dell'UNEP (l'agenzia per l'ambiente delle
Nazioni Unite) a livello globale nel perido 1996-2005
il tasso di riduzione della loro massa è più che doppio di quello del
decennio precedente e grossomodo quattro volte quello del periodo 1976-1995.
Come mostra l'edizione 2008 del "Global glacier changes"
del succitato World glaciers monitoring center. Che allego....
http://www.grid.unep.ch/glaciers/pdfs/5.pdf
Specificamente per i ghiacciai italiani
invece, il presidente del Comitato glaciologico italiano, professor Claudio
Smiraglia lo scorso autunno ha confermato che anche da noi il trend è in
atto e la stragrande maggioranza dei ghiacciai italiani è in ritirata.
Esattamente (dati 2005) 123 sono in ritirata, sei sono stabili e uno (UNO!)
è in avanzamento.
Osserva il professor Smiraglia: “Il
ghiacciaio Ciardoney sul Gran Paradiso nell’estate 2008 ha perso 1,5 metri
di spessore, un altro dato molto preoccupante”, mentre per quanto riguarda
i ghiacciai monitorati, in generale “si sono registrati arretramenti sul
margine frontale, anche di 20-40 metri”. Secondo Smiraglia “il
ghiacciaio dei Forni, il più grande italiano, nella parte più bassa ha
toccato quasi due metri di riduzione dello spessore”. In sostanza quindi
“non si segnala nessun rallentamento della fusione, e c’é un
arretramento di decine di metri per tutti i ghiacciai, con variazioni di
spessore superiori al metro e mezzo. Il ghiacciaio Dosdé, in Valtellina, è
il primo di cui abbiamo avuto i dati e risulta un abbassamento di spessore
di oltre 1,5 metri. Nel 2003, l'anno del caldo record, la riduzione era
stata di oltre 2 metri, e successivamente di poco meno 1,5 metri
l’anno”. Osservando i dati, “l’anno scorso quasi il 100% dei
ghiacciai ha registrato una fase di regresso e non sembra che quest’anno
il quadro sia diverso”. Altro fenomeno legato al riscaldamento delle
temperature è quello della “spaccatura del ghiacciaio principale, che si
sta verificando sul Monte Bianco, sul Monte Rosa, come sul Bernina - afferma
Smiraglia - e sullo stesso ghiacciaio dei Forni”. Con questo
fenomeno “emergono finestre rocciose e poi il ghiacciaio collassa”, con
relativi pericoli per chi passeggia ad alta quota.
In conclusione “il sistema glaciale
cambia e si avvia verso una fine inevitabile fra qualche decennio se il
clima rimane lo stesso: accelera i ritmi di fusione, lasciando canali di
acqua, pareti frantumate, crepacci”. Il panorama alpino subirà una
drastica rivoluzione. "Oltre i 3.200-3.500 metri i ghiacciai più
grandi, come quello dei Forni e il Lys del Monte Rosa – conclude Smiraglia
- perderanno la lingua di ghiaccio inferiore e rimarranno solo i lembi di
ghiaccio nelle conche, i cosiddetti “circhi glaciali”. I piccoli
ghiacciai sono destinati a sparire nel giro di 10-20 anni, come già
avvenuto sui Pirenei”.
Chiaro no?
L'inversione di tendenza sta forse
nella testa e nelle speranze dei negazionisti, che spesso in buona fede ma
altre volte per difendere interessi precisi (come ha documentato di
bel libro "A qualcuno piace caldo" del professor Stefano Caserini)
tendono a piegare la realtà alle loro tesi.
Teniamolo ben presente.
p.s. quanto alla supposta fine
dell'effetto serra aggiuntivo causato dall'uomo: scherziamo? il
trend è chiaramente in atto e il 2008 è stato appena stimato dalla
agenzia governativa NOAA come il nono più caldo considerando mare e terra e
il quinto considerando sole le terre emerse. Qualcosa in meno
rispetto agli ultimi anni? Non dimentichiamo che l'uomo è oggi il maggiore
"forzante" esterno del clima ma non è il solo! Considerando
che l'inizio del 2008 è stato sotto l'influenza della corrente oceanica del
Pacifico "Nina" e che il Sole è in fase di scarsa attività
questo è comprensibile. Un decimo di grado in meno o giu di lì. Ma anche
il 2008 resta ai vertici della clssifica degli anni piu caldi. E
quindi, dove è l'inversione? Nella testa dei negazionisti, che
avendo il vizio di piegare la realtà alle loro tesi, pagherebbero per una
eventualità del genere. Sia chiaro, metaforicamente anche io pagherei per
aver delle temperature in calo, ma io non difendo una fede, faccio il
cronista, e nel frattempo, pur sperando, mi rendo conto che la speranza
senza azioni non cambierà la realtà. Io mi limito ad oservare e a
riportare ai miei lettori la realtà. Oggettivamente. E sempre piu convinto
che senza una presa di coscienza globale non invertiremo la tendenza.
NOTA BENE Oggi il
Cnr fa sapere che l'ultimo dicembre in Italia "non è stato
particolarmente freddo". E'risultato infatti il 58esimo tra i più
caldi degli ultimi due secoli. Il freddo polare che ha investito
l'Europa e gli ultimi dati sui ghiacciai lasciano intravedere una possibile
inversione di tendenza del fenomeno del riscaldamento ma, ammonisce il
centro ricerche, "i dati rilevati dall'unica banca dati italiana che
consideri in modo omologo le tendenze di temperatura e piovosità degli
ultimi due secoli inducono a maggior prudenza". "Se considerassimo
- spiega Teresa Nanni dell'Isac-Cnr - le temperature medie di ogni mese di
dicembre dal 1980 ad oggi, troveremmo che dodici valori degli ultimi 28 anni
sono inferiori a quelli del dicembre 2008", tra i quali quello del
2007.
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