Un secolo che profuma di hangar all’alba e mappe di nubi sul tavolo: il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare racconta come l’Italia ha imparato a leggere il cielo, giorno dopo giorno, per 102 anni.
Lo scorso 30 dicembre l’Aeronautica Militare ha celebrato i 102 anni della sua componente meteorologica, oggi noto come Servizio Meteorologico. L’immagine è semplice. Una sala operativa si accende prima degli aeroporti. Voci basse, schermi accesi, mappe in movimento. Là, il tempo non è chiacchiera: è missione.

Un tecnico controlla i radar. Un previsore confronta modelli numerici. Il turno annota un cambio di vento su una pista del Sud. Un dettaglio che per un pilota significa margine di sicurezza. E per un elicottero di soccorso può fare la differenza su una finestra meteo di trenta minuti.
Un secolo di cielo e tecnologia, di previsioni e innovazioni
All’inizio c’erano appunti a matita e telemetri. La priorità era la sicurezza del volo. Negli anni del dopoguerra è cresciuta la rete di osservazioni. Sono entrati in servizio i radiosondaggi. L’Italia si è allineata agli standard della WMO, la rete globale che dà ordine ai dati del mondo. Tra anni ’80 e Duemila è arrivata la rivoluzione digitale. Sono arrivate le immagini da satelliti europei e le analisi ad alta risoluzione. Oggi la previsione a brevissimo termine, il nowcasting, segue celle temporalesche minuto per minuto.
Da lì partono previsioni per l’aviazione militare e civile, il supporto alle operazioni di ricerca e soccorso, i contributi alle emergenze nazionali. Il Servizio lavora con la Protezione Civile, con ENAV, con le reti NATO e con i partner europei. Un esempio concreto? Durante le alluvioni in Emilia-Romagna del 2023, il raccordo continuo tra osservazioni, modelli e sale operative ha aiutato a pianificare i voli di ricognizione e i sorvoli di verifica sugli argini. In Sicilia, il monitoraggio della cenere vulcanica viene condiviso con i centri internazionali per l’allerta aeronautica. Quando mancano dati robusti su fenomeni rari, il Servizio lo indica con chiarezza. L’incertezza dichiarata è parte della sicurezza.
Questo non è solo un servizio militare. È un’infrastruttura pubblica che unisce scienza, operazioni e vita quotidiana. Converte letture del cielo in decisioni a terra. Parla con piloti, agricoltori, sindaci e escursionisti con la stessa lingua: quella della responsabilità. Il centenario non chiude un cerchio. Apre una stagione in cui meteo e clima si intrecciano in modo stabile. La parola chiave è “servizi climatici”: scenari di rischio, pianificazione urbana, gestione delle risorse idriche.
L’evoluzione è in corso. Algoritmi di intelligenza artificiale affiancano i previsori, senza sostituirne l’esperienza. I supercalcolatori europei e i dati di EUMETSAT e dei programmi Copernicus spingono più in là la risoluzione spaziale e temporale. L’Europa ospita a Bologna il centro dati dell’ECMWF: un’opportunità concreta per filiere di innovazione e formazione. Cresce la cultura dell’open data, essenziale per ricerca, media e imprese. Servono investimenti stabili e nuove competenze, anche per raccontare il rischio con parole chiare.
Resta un’immagine. È ancora buio. Qualcuno a Pratica di Mare, a Birgi o a Decimomannu apre un portellone e guarda il cielo prima di sedersi alla console. Noi alziamo gli occhi più tardi, tra un impegno e l’altro. Cento anni dopo, la domanda è semplice e grande: sapremo usare meglio queste previsioni meteo per scegliere non solo cosa indossare, ma che futuro costruire insieme al tempo che cambia?





